Onde nella grafica ufficiale delle Olimpiadi di Rio 2016. Cosa sono?

Olimpiadi di Rio 2016… Siamo tutti sintonizzati per vedere gli atleti sfidarsi e tifare per i tanti italiani pronti ad arricchire il medagliere azzurro, avrete sicuramente notato quelle onde bianche e nere a volte colorate che appaiono nella grafica ufficiale. Si tratta di un pattern che rappresenta alla perfezione lo spirito goliardico del popolo carioca, ovvero il disegno della pavimentazione del waterfront lungo l’Avenida Atlantica di Rio de Janeiro, un’onda bianca e nera,  un mosaico di marmo divenuto un marchio di riconoscimento del luogo, una passeggiata percorsa giorno e notte ininterrottamente da milioni di persone, opera di un grande Maestro Roberto Burle Marx; architetto paesaggista brasiliano, considerato uno dei più influenti architetti del paesaggio del XX secolo, pioniere dell’astrattismo brasiliano. Il waterfront un tempo era un enorme vuoto urbano, un chilometrico elemento di disconnessione tra il tessuto costruito e  l’oceano con le su magnifiche spiagge, in cui si frapponeva la trafficata arteria stradale in doppia carreggiata.

Il progetto: un’opera di urban landscape dall’iconografia inimitabile.

Impiegando la tradizionale tecnica portoghese del mosaico di grande pezzatura, attraverso l’uso di pietre bianche e nere, aiuole verdi, maioliche e mosaici policromi, Burle Marx realizzò un monumentale complesso di sagome che, come a passo di danza, invadono tutti i marciapiedi della grande arteria, disegnando una pavimentazione pedonale dinamica capace di conferire identità al grande vuoto urbano.

I giardini di Burle Marx sono considerati capitoli dell’architettura modernista non solo per l’uso di piani, di forme astratte, di colori pieni ma anche per la relazione che ingaggiano con gli edifici e la reazione che scatenano nel paesaggio urbano.

Per chi capita a New York fino al 18 Settembre, il Jewish Museum di New York dedica la prima mostra retrospettiva degli Stati Uniti proprio a Burle Marx, per informazioni visitate il sito del Jewish Museum.

Silvia Ramieri

Leave a Comment